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La storia intellettuale italiana è segnata più di altre
da una profonda spaccatura tra "le due culture"; quelle che,
per estrema semplificazione, indichiamo solitamente come cultura scientifico-tecnologica
e cultura umanistica. Si tratta di una separazione profonda, di una ferita
aperta che ha causato e ancora causa ripetute, perniciose emorragie di
energie intellettuali, di occasioni così perse.
Si tratta di una separazione che ha gravemente menomato tanta parte della
cosiddetta 'cultura umanistica'; una sottrazione e degli impedimenti resi
tanto più evidenti dagli eccellenti risultati conseguiti dalle
poche lodevoli eccezioni che hanno saputo emanciparsi dai vincoli più
polverosi della nostra tradizione. Ricordare l'esperienza professionale,
la formazione - o comunque i contatti profondi - nella cultura scientifica
di tanti tra i migliori narratori italiani del Novecento è diventato
quasi un luogo comune, ma non per questo rende il fatto meno vero.
Pedagogia e didattiche crescono e si sviluppano prevalentemente nell'humus
umanistico, troppo spesso faticando a fare quadrare all'interno delle
proprie formule le variabili introdotte dallo sviluppo scientifico e tecnologico.
Anche quando affianca al 'sapere' il 'sapere fare', la scienza dell'insegnamento
ha spesso difficoltà nel dare pienamente conto del ruolo che gli
strumenti assumono in quel 'sapere fare'. Troppo spesso gli utensili -
che sempre più accompagnano il lavoro intellettuale e non solo
quello manuale - vengono percepiti come una inutile zavorra materiale
alla lieve aspirazione delle idee e dei concetti a levitare verso l'empireo.
L'idea di una didattica dell'informatica "con carta e matita",
per esempio, che attraversò per alcuni anni degli scorsi decenni
la scuola italiana, sebbene dettata dalle migliori intenzioni - concentrare
risorse ed energie sui processi cognitivi e l'apprendimento dei bambini
e dei ragazzi, sfuggendo all'assedio commerciale di standard industriali
di diversi produttori e aggirando le croniche carenze di attrezzature
delle nostre scuole - dichiarava un esiziale fraintendimento che ne minava
la stessa ragione d'essere: falliva nel comprendere che senza "macchine"
l'informatica semplicemente non esisterebbe. L'informatica "con carta
e matita" è simpatica, ma utile e praticabile come l'ippica
a piedi, la formula uno in bicicletta, l'astronautica con i cuscini di
piume o - come ebbe a dire Tullia Zevi per esemplificare ben altra contraddizione
(1)- la calligrafia orale. Le idee non nascono,
non si sviluppano, non viaggiano senza strumenti. Dovrebbero avercelo
chiarito definitivamente quegli straordinari strumenti che sono i libri,
frutto della tecnologia della stampa.
La separazione imposta dal muro tra le due culture ha causato danni anche
nel campo scientifico-tecnologico. Il rigore imposto dai metodi sperimentali
ha troppo spesso fatto dimenticare la complessità dei processi
umani coinvolti nell'apprendimento e nella trasmissione del sapere, i
nodi affettivi che legano persona a persona rendendo possibile il passaggio
di un patrimonio vivo di sapere.
Ancora peggio succede per le tecnologie educative, ogni volta che il delicato
equilibrio tra i due termini che le definiscono viene rotto, a danno dell'uno
o dell'altro; così - quando non cincischiate in un inerme grumo
di desideri e belle intenzioni irrealizzabili - troppo frequentemente
diventano territorio di conquista per un marketing selvaggio, arrogantemente
tecnocentrico e ignorante delle più elementari acquisizioni didattiche.
'Sapere' e 'sapere fare', conoscenza e strumenti per acquisirla, sono
binomi inscindibili da conservare in equilibrato rapporto. Esiste però
un terzo supporto irrinunciabile per la stabilità delle tecnologie
educative: il rispetto per l'integrità, la complessità e
la varietà delle personalità dei discenti e dei docenti.
Rispettarne l'integrità significa non frantumare in frammenti insignificanti
insegnamento e apprendimento; ma anche non separare artificialmente ragione
e sentimento, raziocinio ed emotività. Il riconoscimento della
componente affettiva alla base di quella straordinaria e complessa forma
di comunicazione e relazione sociale che è l'apprendimento ha attribuito
un nuovo significato nella didattica all'aggettivo umanistico, riportandolo
all'originale etimologia.
Perché l'educazione possa davvero essere universale, deve passare
attraverso il riconoscimento della diversità, della molteplicità
delle personalità, delle esperienze, degli stili di apprendimento
e di insegnamento, dei bisogni e delle capacità, delle culture
e delle intelligenze di chi insegna e di chi impara.
Le tecnologie educative applicate all'apprendimento linguistico possono
dirsi davvero tali se sono strumenti per una vera educazione linguistica,
non imbuti per la somministrazione di un addestramento forzato. Troppo
spesso, in un passato anche recente, non è stato così e
questo libro ripercorre in parte alcune tappe della storia delle tecnologie
educative sperando che ricordarla permetta di evitare di ripeterne gli
errori e suggerisca direzioni utili da seguire o intraprendere.
Se le pagine che seguono aiuteranno qualche collega o chi sta progettando
di diventarlo nella riflessione professionale sull'insegnamento
e a mantenere l'equilibrio tra 'sapere', 'sapere fare' e 'sapere essere',
allora il lavoro che le ha dettate non sarà stato inutile.
(1) Si riferiva all'ora alternativa
all'insegnamento della religione cattolica, che qualcuno voleva obbligatoria
nella frequenza ma priva di qualsiasi "contenuto curricolare".
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